Tutta scienza, niente cuore
Dicesi “algoritmo” un procedimento di calcolo descrivibile con un numero finito di regole che conduce al risultato dopo un numero finito di operazioni, cioè di applicazioni delle regole. Uno dei primi algoritmi in cui ci si imbatte è quello di Euclide, che poi è il “massimo comune denominatore”, grattacapo assoluto per gli studenti che considerano la matematica una materia esoterica. In realtà tutta la nostra vita è regolata da algoritmi, anzi, noi non lo sappiamo, ma c’è sempre un algoritmo che veglia su di noi. Interpreta i nostri pensieri, intuisce i nostri bisogni, influenza le nostre decisioni.
7 AGO 20

Milano. Dicesi “algoritmo” un procedimento di calcolo descrivibile con un numero finito di regole che conduce al risultato dopo un numero finito di operazioni, cioè di applicazioni delle regole. Uno dei primi algoritmi in cui ci si imbatte è quello di Euclide, che poi è il “massimo comune denominatore”, grattacapo assoluto per gli studenti che considerano la matematica una materia esoterica. In realtà tutta la nostra vita è regolata da algoritmi, anzi, noi non lo sappiamo, ma c’è sempre un algoritmo che veglia su di noi. Interpreta i nostri pensieri, intuisce i nostri bisogni, influenza le nostre decisioni. In “Automate This”, un ex giornalista di Forbes diventato imprenditore, Christopher Steiner, racconta l’evoluzione dell’algoritmo da quando fu ideato in Mesopotamia – 2.500 anni prima della nascita di Cristo per regolare la distribuzione dei raccolti di grano – fino alla società odierna in cui l’algoritmo ha preso il controllo di tutte le nostre scelte. Il racconto è piuttosto deprimente, se si pensa che è possibile analizzare attraverso algoritmi anche le canzoni dei Beatles, e l’obiettivo è proprio quello: deprimerci e spaventarci. “Se sai concepire e comporre algoritmi complicati, tanto meglio – conclude Steiner, con prospettive complottarde – potresti essere in grado di controllare il mondo. Se un robot non lo farà prima di te”.
Wall Street e la Silicon Valley sono i regni dell’algoritmo, ma anche molte grandi aziende – era uscita la notizia durante l’estate riguardo alla casa discografica Emi – assumono ingegneri per creare la formula perfetta che permette di capire che cosa fa amare (e quindi comprare) un prodotto oppure no. In un articolo del New York Times sul machismo che domina nella Silicon Valley, si spiegava che Google ha messo insieme un team ad hoc per studiare un algoritmo che eviti la fuga delle femmine dalle aziende hi-tech (che poi a volte basterebbe guardare come sono fatti i capi, gli scienziati non sono sempre necessari). E naturalmente è un algoritmo a gestire la visibilità di un utente sui social network: quello di Facebook si chiama EdgeRank, assegna un punteggio a tutto quel che si fa – la regola è: più interagisci più visibile sei, ma non tutto quel che fai piace a Facebook, i punteggi li decide comunque lui, e hai voglia a muoverti sempre bene per risultare il più cool del villaggio socialnetworkiano.
L’algoritmo è senza confini e i politici, che hanno bisogno continuo di sapere che cosa vogliono gli elettori per anticiparli e assecondarli, ne hanno approfittato. Barack Obama, che sembra lui stesso un algoritmo, ha avuto un’intuizione geniale – e al limite della privacy. Richard McGregor, capo dell’ufficio di Washington del Financial Times, ha sperimentato l’ultima invenzione obamiana per le strade di Washington e ha raccontato quel che ha visto sul suo giornale, sabato scorso. Basta scaricare l’app “Obama for America” sul telefono (le app sono figlie di algoritmi) per vedere se i propri vicini di casa sono democratici o repubblicani, e se si schiaccia una seconda volta si sa anche che età ha il vicino democratico – ci sono solo bandierine blu in queste mappe, non sia mai che ci si confonda con il nemico – ed esattamente qual è il suo indirizzo, piano e appartamento compresi. McGregor bussa alle porte, tu sei il signor X e voti Obama? Alcuni sono felici di rispondere sì, altri sbattono la porta, come accade nei migliori porta-a-porta del mondo. Soltanto che in questo caso a fare il porta-a-porta può essere chiunque, non i volontari della campagna elettorale di Obama. “I grandi dati sono la storia di queste elezioni, l’intera ecologia politico-mediatica è cambiata – dice Andrew Rasiej, fondatore di Personal Democracy Forum, società di consulenza tecnologica per politici – La campagna di Obama non ammetterà mai il livello reale della sua sofisticazione, perché non ne ha motivo”.
Il bello degli algoritmi è che non c’è mai un buon motivo per spiegarli. Sarebbe come scoprire il trucco, e nessuno ha voglia di farlo. Evgeny Morozov, guru della comunicazione digitale, ha mezzo stroncato il libro di Steiner sul Wall Street Journal, dicendo che più che sapere che l’algoritmo è un tiranno, ci piacerebbe sapere come si convive, con questo tiranno. Perché la scienza è invasiva, ma se i robot non hanno preso il sopravvento sull’uomo un motivo c’è, e sta nel fatto che si può scegliere. Si può scegliere che cosa far sapere, che cosa nascondere, che foto mostrare, che segreto tacere. Si può persino scegliere, guarda un po’, che vestiti tenersi addosso, per esempio, tanto più se si è una principessa.